Esposizione Yoga di Francesca

Ciascuno di noi è condizionato dai propri ideali – idee immutabili su chi siamo e chi dovremmo essere. Queste idee derivano da una moltitudine di motivazioni, volizioni e pulsioni di cui siamo quasi completamente inconsapevoli. Non di meno, questa rete di pensieri, sentimenti e immagini guida praticamente ogni cosa noi facciamo. I nostri ideali inconsci ci portano a sacrificare le nostre vite per una bella chimera, un’illusione irresistibile. Immaginate un cacciatore in una magnifica foresta alla ricerca del mitico Uccello di Fuoco. Il cacciatore conduce una caccia senza tregua a questo uccello, che sfortunatamente esiste solo nei dipinti. Nella sua ricerca disperante ignora la magnificenza degli uccelli in carne ed ossa che stanno intorno a lui: concentrato com’ è su una meravigliosa finzione, gli viene a mancare l’esperienza immediata della vita. Dall’ esterno come spettatori possiamo vedere l’ errore, ma nondimeno il modo in cui conduciamo le nostre vite è molto simile: ciascuno di noi ha il suo Uccello di Fuoco – le immagini che sovrapponiamo alla realtà più potenti della realtà stessa.

 Gli psicologi dell’ io hanno suggerito l’esistenza di due aspetti molto distinti dell’ Uccello di Fuoco: Ideale dell’Io e Io Ideale. L’ Ideale dell’ Io è la visione dello stato ideale a cui ognuno aspira. È composto da frammenti di immagini e sentimenti legate a stati interiori di felicità e benessere di cui abbiamo avuto fugaci esperienze. Le rappresentazioni interiori molto forti dell’ Ideale dell’Io ci portano a volerci unire con la figura del nostro desiderio, ma tuttavia essendo perlopiù inconsce, ci sentiamo costretti da una forza che non vediamo e non comprendiamo. Queste rappresentazioni sembrano trovarsi proprio al centro del nostro essere e vengono vissute come la nostra parte migliore. Ma diventa inevitabile il fallimento. Ciò è davvero inevitabile? No. Il problema sorge perché l’ Ideale dell’Io è affiancato da una serie di idee non realistiche riguardo al sé, a ciò che noi già siamo- l’Io Ideale– che sono causa di infiniti problemi nell’indirizzare le nostre ricerche. Esse bloccano qualunque indagine genuina sulla vera natura del nostro essere, perché in cuor nostro siamo convinti di essere già l’Uccello di Fuoco.                                                                                                                  Gli yogi hanno scoperto che le interazioni tra questi due gruppi di idee interiorizzate di sé sono la causa fondante di infelicità e illusione. Nel processo di pratica e indagine yogia gli aspetti illusori dell’Io vengono compresi e le aspirazioni che conducono alla ricerca non sono perdute, ma diventano la forza che conduce al manifestarsi di potenzialità interamente nuove e autentiche per l’essere umano: “LA LOTTA TRASFORMA L’ INDIVIDUO ORDINARIO IN UNA PERSONA SPIRITUALMENTE CONSAPEVOLE”. ¹

Infatti spesso ci sentiamo controllati da sotto-personalità aliene, parti di noi stessi che riteniamo non appartenerci. Esistono dentro di noi dozzine di personaggi di cui conosciamo il ruolo. Allora sorge una domanda spontanea: chi è l’Io Autentico? Il Sé come vogliamo pensarlo e desideriamo tanto conoscerlo, non esiste. Quando esaminiamo noi stessi tutto ciò che possiamo trovare è un gruppo di funzioni tutte originate dalle leggi di causa ed effetto; un processo, non un’entità.

La nostra idea di un sé solido, posto sotto la propria autorità, è un modo per conservare un’ organizzazione interiore, fintantoché non si arriva a conoscere il paradosso e la complessità del vivere come semplice presenza. Questo strumento può offrirci occasionalmente un sentimento idoneo di padronanza su una sfera circoscritta (soggetto), ma per averlo si deve pagare un caro prezzo, in quanto crea automaticamente un “non io”, un altro fuori dal nostro controllo (oggetto). E ora ci troviamo separati da esso. Ci sentiamo isolati e desideriamo ciò che si trova fuori dai nostri confini. Desideriamo completare noi stessi, ma questi oggetti, in quanto oggetti, restano di fatto incapaci di creare un intero. Non c’è felicità nel possedere un sé, ma solo nel conoscere l’esperienza di essere. Questo risultato dello Yoga è lo stesso raggiunto dalla psicanalisi.

 

 

La condizione che ci porta a ricercare una via di salvezza è definito nello Yoga : SAMVEGA.                                  Questo si manifesta attraverso un sentimento opprimente di choc, sgomento e alienazione che si accompagna alla comprensione della futilità e della insensatezza della vita come viene comunemente vissuta. Proviamo un ansioso senso di urgenza nel cercare di trovare una via d’ uscita. Gli aggetti si rivelano vuoti di reale felicità,  inaspettatamente cominciamo a sentirci come prigionieri delle nostre stesse vite che abbiamo considerato confortevoli per anni e sentiamo l’urgenza di mettere in pratica i doni e i talenti nascosti nel profondo. Questo prelude a una riorganizzazione della psiche, un ridirezionamento dell’ energia del desiderio e una relazione completamente nuova con l’ universo di persone, luoghi e cose.  Samvega non crea sofferenza, ma una fame di quiete interiore per poter vedere più chiaramente. Noi dobbiamo fermarci, osservare, esaminare, dobbiamo smontare completamente il nostro modo di percepire e ricostruirlo dalle fondamenta.

La vita intera, secondo la visione degli yogi, è un grande viaggio durante il quale risaliamo il fiume fino alla sorgente. Attraiamo la coscienza verso la propria fonte attraverso l’introspezione.                                                    

La coscienza è dominata da schemi fortemente condizionati di reattività conservati in profondità, e pertanto molto difficili da cambiare una volta costituiti. Per addestrare la consapevolezza a restare nel presente è necessario smontare questi schemi inconsci. Ogni azione lascia un impronta subliminare (Samskara) nella mente che porta ad un’inconscia ripetizione di vecchie azioni. La reattività della mente a qualsiasi stimolo è fortemente condizionata dall’esperienza passata, e tale serie di reazioni diventa parte della nostra percezione dell’oggetto esterno: “LE PERSONE PERCEPISCONO LO STESSO OGGETTO IN MODO DIFFERENTE, IN QUANTO LA PERCEZIONE DI CIASCUNA PERSONA SEGUE UN PERCORSO DIVERSO DA QUELLO DI OGNI ALTRA”. La realtà non è affatto oggettiva, ma è profondamente distorta dal nostro rapporto con essa. Creiamo il nostro mondo attraverso le nostre azioni. Ogni atto ha il potere di cambiare l’intero campo di mente e materia. L’universo è come una grande coperta, e ciascuno di noi è intessuto in essa. Da qualsiasi parte la si tiri, si muove tutta intera.

La vera natura del problema è che la mente sembra essere profondamente a disagio rispetto al momento presente, sempre impegnata in una guerra contro la Realtà. Il risultato è sempre un pervasivo senso di insoddisfazione per il momento presente. Questa guerra silenziosa e inconscia guida gran parte dei nostri comportamenti: siamo tormentati dai “dovrei” . Le cause di questa infelicità sono i Klesha -afflizioni- sepolte nel profondo della nostra mente. Queste insorgono soltanto a causa dell’ignoranza della nostra vera natura e che una volta conosciuta evaporeranno dalla mente.

Nei momenti in cui veniamo sequestrati dalle forze di afflizione di fronte alle quali ci sentiamo impotenti, dobbiamo indagare sull’origine di questi condizionamenti:

  • La coscienza che include sia il corpo che la mente viene costantemente bombardata da input provenienti dalle porte dei sei sensi (il sesto sono i pensieri).
  • In rapida successione la coscienza valuta ciascun input sensoriale come piacevole, spiacevole o neutro.
  • La coscienza reagisce ad ogni valutazione con:

–          Attrazione che è la tendenza a proiettarsi verso il momento successivo fantasticato o del passato ricordato con piacere.

–          Avversione che è il rifiuto dell’esperienza del momento.

–           Neutralità che è indifferenza.

–          Illusione che è la qualità mentale che vuole la completa scomparsa del momento presente.

Di conseguenza scende in campo l’azione.

Nella nostra cultura è difficile considerare il desiderio o attaccamento come forme di infelicità, noi esaltiamo la corsa verso tutto ciò che consideriamo più grande e migliore. Ma cosa accade quando indaghiamo gli stati mentali che dirigono il nostro desiderio?

Diveniamo consapevoli che quando proviamo desiderio o avversione perdiamo la naturale serenità della mente e deformiamo la percezione della realtà. L‘ illusione invece riflette tutto l’impegno che mettiamo nell’ interpretare la realtà a seconda del ComeDovrebbeEssere. Sfortunatamente questo impegno è sempre accompagnato da una fatale indifferenza nei confronti del ComeÉ. Questo processo è causa di sofferenza in quanto quando inconsciamente ne diventiamo schiavi operiamo scelte mediocri o non scegliamo affatto. La libertà si raggiunge familiarizzandosi con questa catena di eventi, imparando ad essere presenti nell’esperienza. La meditazione praticata nello Yoga è rivolta esattamente ad addestrare a sufficienza la nostra consapevolezza a riconoscere le sensazioni al loro insorgere per sperimentarle pienamente, senza essere più legati alle nostre risposte condizionate. Per esempio è possibile sperimentare dolore che fa parte della condizione umana, ma quando reagiamo ad esso, lo respingiamo, semplicemente otteniamo una versione amplificata del dolore: la sofferenza. Non vedere la sofferenza significa sofferenza: distogliere lo sguardo è in qualche modo il dolore è più profondo. Non tutte le forme di desiderio sono necessariamente afflizioni, perchè le cause della sofferenza sono il non vedere le cose come sono.

 

Attraverso la meditazione arriviamo all’osservazione del flusso dei nostri pensieri e ci accorgiamo, forse per la prima volta, che noi non siamo soltanto i nostri pensieri. La nostra autentica identità si nasconde in uno stato più profondo dell’io, della mente e dell’anima. Per raggiungere questo stato più profondo, ci si deve lentamente liberare dell’identificazione automatica con i contenuti della coscienza.

I nostri condizionamenti (Samskara) si trovano compressi nel corpo fisico, in quello energetico e nella mente. Quando ci troviamo in uno stato di non reattività, noi non stiamo generando nuovi samskara, mente e corpo sono in quiete (Nirodha) e attivano il processo di purificazione.

“YOGA É L’ ARRESTO DELLE MORTIFICAZIONI DELLA COSCIENZA” ¹. Infatti Yoga significa apportare quiete naturale a mente e corpo,  in modo da poter vedere, per la prima volta, con chiarezza. Viene rilevata la presenza di livelli più profondi della mente al disotto del flusso di pensiero ordinario. Attraverso la meditazione il nostro intuito, la nostra conoscenza, la nostra concentrazione, risultano espansi.  “ALLORA LA PURA CONSAPEVOLEZZA PUÓ DIMORARE NELLA SUA VERA NATURA” ¹ . La coscienza, giunta allo stato di quiete, presenta due caratteristiche: è riflettente, cioè riflette la pura consapevolezza su se stessa; è trasparente, permettendo a se stessa di essere completamente osservata. In questa pratica la fine del cammino è presente anche all’inizio: fin dai primi giorni colui che medita comincia a conoscere e essere conosciuto, a comprendere che tutto sta nel conoscere e osservare.

Nello stato di Nirodha le impressioni di passate esperienze riemergono in superficie e vengono vissute come autentiche, vale a dire vengono sperimentate come qualsiasi altro input sensorio in corso. In assenza di reattività vengono osservate e conosciute senza giudizio, vengono bruciate nel calore energetico.

 

 

Secondo la visione dello Yoga, l’unico Sé Autentico è il Testimone – la mente che vede e comprende tutto senza giudicare: l’ Osservatore, la Pura Consapevolezza, il seme della Mente Illuminata. Tramite il Testimone acquistiamo un’accettazione totale . È pensiero comune che il momento in cui accettiamo le cose è quando queste ci hanno in qualche modo soverchiato. In realtà è soltanto accettandole, accorgendoci che sono impersonali, che si può assumere una posizione rispetto ad esse. Quando il Testimone diventa tanto potente da vedere in che modo carattere e personalità vengono costruiti tramite gli schemi, sarà anche in grado di elaborare una strategia per smantellarli. Allora la vera libertà è possibile? Sì. Attraverso il Sentiero delle Otto Membra dello Yoga.                                                                                                                 Esistono infatti modalità di azione che portano all’attenuazione dell’afflizione e al riemergere della Mente Illuminata. Esse creano schemi mentali che infine ci liberano dal condizionamento, risvegliando il Testimone.

 

IL SENTIERO DELLE OTTO MEMBRA DELLO YOGA

  • Yama: discipline esterne e pratica etica;
  • Niyama: discipline interiori;
  • Asana: postura per la meditazione;
  • Pranayama: regolazione del respiro;
  • Pratyahara: retrazione dei sensi;
  • Dharana: concentrazione;
  • Dhyana: assorbimento meditativo;
  • Samadhi: unione.

È una stupefacente e concisa summa di secoli di saggezza sramanica, oggi così attuale come lo era duemila anni fa. Così semplice e così psicologicamente sofisticato, è allo stesso tempo un percorso per ottenere una vita umana ottimale.

 

               

  1. 1.       YAMA

Le astensioni costituiscono il “grande voto” dello yoga. Devono essere praticate costantemente a prescindere da luogo, tempo, circostanze e status sociale:

  • Ahimsa: non violenza;
  • Satya: verità;
  • Asteya: non rubare;
  • Bramacharya: continenza sessuale (purezza sentimentale);
  • Aparigraha: non possessività

Come praticarle? Sicuramente è difficile essere coerenti nei buoni propositi perché gli schemi mentali a cui eravamo abituati riemergono. Per questo gli yama non cercano di affrontare di petto i cosiddetti comportamenti malsani, ma piuttosto cercano di riconoscere il condizionamento. Lasciarlo esposto e poi solo per un istante non esercitare alcuna azione su di esso, solo un piccolo tollerabile momento di astensione. Così le azioni sane si manifesteranno con naturalezza. Per esempio non dobbiamo preoccuparci della Verità, perché la Verità è ciò che emerge quando non stiamo mentendo. Il momento di astensione lascia la mente nei suoi livelli più profondi un po’ più fresca, chiara, serena, libera dal fuoco del rimorso. Gli yama sono basati su una fondamentale legge di energia bio-psico-spirituale che scorre in profondità:  quando tratteniamo la nostra energia dallo sfociare in atti maldestri del corpo, linguaggio e mente, l’ energia controllata viene gradualmente trasformata in un’ energia fisica e mentale più sottile. “ESSERE FERMAMENTE STABILI NELLA NON VIOLENZA CREA UN’  ATMOSFERA IN PRESENZA DELLA QUALE GLI ALTRI POSSONO ABBANDONARE LA LORO OSTILITÁ” ¹. L‘ astensione non è una pratica distruttiva, ma una sorgente di nuova vita.

  1. 2.       NIYAMA

Oltre all’ astensione le tradizioni sramaniche hanno elaborato un’ altra strategia per il problema della concatenazione di pensieri e emozioni: coltivare in maniera sistematica gli stati mentali cosiddetti sani. Tendiamo a pensare all’amore, alla generosità, alla compassione, come se sorgessero spontaneamente nel flusso dell’esperienza, che solo così siano autentici. Ma questo non è vero per la visone contemplativa. Seguire il cuore non è sufficiente, si deve addestrare il cuore e la mente. Le discipline a cui ci si dovrebbe addestrare sono:

  • Moderazione nel cibo, fede, pazienza, tolleranza, compassione, lealtà, umiltà, risolutezza, compassione amorevole, gioia simpatetica, equanimità.

 

  1. 3.       ASANA

Le posizioni per la meditazione non servono come cura fisiologica, ma servono per risvegliare la parte osservante del Sé: la mente comincia a conoscersi. È il luogo immobile dal quale possiamo essere testimoni delle concatenazioni di sensazioni, pensieri, sentimenti e azioni, sperimentate come flussi di correnti di energia. Si sviluppa la capacità di focalizzare l’attenzione contemporaneamente su corpo, respiro e mente, accrescendo la consapevolezza dei processi fisici e psichici. Attraverso l’assunzione di diverse posizioni del corpo, il praticante diviene in grado di purificare i canali energetici, incanalare l’energia verso specifici punti del corpo ed ottenere così un notevole beneficio psico-fisico. “LE POSTURE DI MEDITAZIONE DEVONO INCORPRORARE STABILITÁ E BENESSERE. CIÓ ACCADE QUANDO OGNI SFORZO SI ALLENTA ED EMERGE LA FUSIONE, SVELANDO CHE CORPO E UNIVERSO INFINITO SONO INDIVISIBILI” ¹. Nelle posture non ci si sente rilassati nel senso comune del termine, ma piuttosto ciò che emerge è un’aumentata regolarità nella distribuzione dell’azione muscolare: ci sentiamo stabilizzati. Le asana vengono spesso integrati con mudra (gesti simbolici delle mani) e mantra² (suoni) allo scopo di potenziarne gli effetti. La posizione base è la posizione del Loto³: lo yogi sta seduto con la schiena dritta, la gambe incrociate, pollice e indice uniti, le mani coi palmi rivolti verso l’ alto comodamente adagiate sulle ginocchia, gli occhi chiusi. Tale posizione mette in connessione il corpo con il luogo immobile.

                                                          

²La recitazione (mantra) è una delle più vecchie forme di meditazione che trae origine dalla ripetizione rituale dei sacri testi vedici nell’antica India. Le menti si acquietano e si ritrovano assorbite nelle vibrazioni delle frasi escludendo tutti gli altri pensieri.   

³LOTO: ( ninfea dell’India) pianta che vive nelle acque stagnanti , ha le radici nel fango, attraversa l’acqua e si protende verso l’aria per ricevere la luce del sole che la vivifica. Essa esemplifica dunque la crescita spirituale verso le verità più alte, quindi la pratica di liberazione dell’uomo dagli abissi dell’ignoranza alla luce dell’illuminazione.       

                                    

  1. 4.        PRANAYAMA

Il modo in cui respiriamo dice tutto su come viviamo: quando la mente è disturbata lo è anche il respiro. Durante la respirazione completa lasciamo che il diaframma esegua l’ intera gamma di movimenti a sua disposizione in modo libero e naturale. Il movimento dell’ispirazione rilascia l ‘addome e anima tutti gli spazi del corpo –  dorso, fianchi, costole, ventre, bacino, gambe e spina dorsale. La respirazione piena include anche una prolungata e lenta espirazione che attiva il sistema nervoso parasimpatico, definito oggi “la riposta al rilassamento”. Quando applichiamo la consapevolezza a ogni aspetto del respiro questo comincia automaticamente ad autoregolarsi acquisendo un ritmo lento e stabile. Il numero medio di atti respiratori al minuto è compreso tra 12 e 15, ma molti esperti yoga hanno raggiunto un ritmo respiratorio compreso tra i 6 e gli 8 atti al minuto. “QUANDO LA REALIZZAZIONE SORGE, LA DISTINZIONE TRA INSPIRAZIONE ED ESPIRAZIONE VIENE MENO. ALLORA CADE IL VELO CHE COPRE LA LUMINOSITÁ DELLA MENTE E LA MENTE É ORA PRONTA PER LA CONCENTRAZIONE” ¹. Si diventa consci di respirare e quando ci identifichiamo come esseri che respirano cominciamo a vedere il corpo sottile del mondo pulsare con la stessa forza vitale che da inizio al nostro respiro. Gli yogi apprendono tale tecnica per dominare il respiro, in modo da controllare i sensi, raggiungere così lo stato di Pratyahara.

 

  1. 5.       PRATYAHARA

La mente si ritira dai sensi distaccando l’attenzione dall’ambiente esterno e dirigendola verso l’interno. Si devono eliminare tutte le percezioni esterne che disturbano la concentrazione.        

 

 

 

MEDITAZIONE

Con la tecnica noi addestriamo l’ attenzione a rivolgersi verso un’ oggetto interno come il respiro o esterno come la fiamma di una candela e riportare continuamente l’ attenzione su esso. Ma sperimentando tale tecnica scopriamo che non siamo in grado di lasciare che l’attenzione riposi sull’oggetto nemmeno per pochi secondi senza distrarci. La mente svolazza felicemente ovunque, ma non riesce a stare nel momento presente. Questo ci riporta a quello che si era annunciato all’inizio: abbiamo poco o nessun controllo sul nostro flusso mentale. Tale fallimento presenta l’ opportunità alla mente di poter osservarsi (Testimone). Quando questo è stabile in se stesso la mente è in quiete, percepiamo la nuda realtà piuttosto che le idee sulla realtà. Il tempo rallenta e noi ci sentiamo completamente “qui”, non proiettati in avanti o indietro. Nella pratica meditativa scopriamo che non è necessario imparare ad essere felici, perché lo sappiamo già. In più non abbiamo necessità di sbarazzarci della mente ordinaria che rappresenta semplicemente la parte discorsiva della mente, poichè l’afflizione sta nella nostra reattività a tale condizione. Con la pratica la reattività può essere attenuata: siamo ancora assaliti dalle tempeste ma non ne soffriamo più come prima. La felicità può sorgere anche nelle circostanze più difficili. Gli oggetti non si possono possedere, ma possono essere conosciuti. La felicità è creata dall’assaporare attraverso il semplice atto di conoscere un oggetto. Durante quest’esperienza non c’è pressione temporale per averne di più. Non si viene spinti a possedere l’oggetto.                                                                                                                                                            Durante la meditazione talvolta si percepisce il corpo ridursi alle dimensioni di un granello di sabbia, o espandersi fino a diventare un pallone. In altri momenti ci pare di sentirci tutto testa e niente corpo. Le barriere temporali si polverizzano ed è difficile capire se stiamo praticando da tre minuti oppure da un’ora. Le menti concentrate dispongono realmente di possibilità sorprendenti. L’atto di profonda concentrazione produce un rallentamento delle onde celebrali, passando dalle onde beta (13-36 al secondo) della normale veglia alle lunghe e lente onde alfa (8-13 al secondo). I livelli di ormoni da stress diminuiscono, la pressione arteriosa si abbassa, il ritmo respiratorio e cardiaco rallentano per il minor fabbisogno d’ossigeno che ha l’organismo. Spesso percepiamo un senso di beatitudine, benessere, felicità. Corpo e mente sono invasi da un senso di calma permanente, di calore e luce interiori. Può verificarsi una sensazione di elevazione spirituale e di incantamento. Una volta usciti dalla meditazione siamo consapevoli che in qualche modo non siamo separati dai regni di spirito e materia, che normalmente sembrano trovarsi fuori dalla nostra portata.

 

 

 

  1. 6.       DHARANA

Il primo stadio della meditazione:“LA CONCENTRAZIONE RICHIUDE LA COSCIENZA IN UNA SINGOLA AREA” ¹. Questo avviene quando tutte le nostre facoltà vengono canalizzate verso un unico elemento, come la luce di una candela: ci sentiamo così profondamente assorti nella concentrazione e liberi dai nostri conflitti (avversioni, illusioni..). Gli oggetti perdono il loro potere sulla mente. In questi istanti d’intensa concentrazione, noi sperimentiamo lo stato verso il quale l’Ideale dell’Io ci stava guidando. Non vi è più nulla da raggiungere, possiamo per pochi istanti interrompere la ricerca dell’ Uccello di Fuoco.

 

  1. 7.       DHYANA

“NELL’ASSORBIMENTO MEDITATIVO L’INTERO FLUSSO PERCETTIVO SI ALLINEA CON L’OGGETTO” ¹.   È il processo naturale di unione con l’oggetto della nostra concentrazione. Sebbene eventi mentali e corporei si producano momento per momento in una successione ininterrotta, l’attenzione si mantiene fissa su ciascun evento distinto. Assistiamo al sorgere di un’identificazione mistica con l’oggetto designato, il soggetto si immerge nell’oggetto, la mente può arrivare a conoscere un oggetto senza l’esperienza diretta.

 

  1. 8.       SAMADHI

Uno stadio di assorbimento più avanzato rispetto a Dhyana è l’Unione mistica, l’Illuminazione, esperienza nota per la sua inesplicabilità. “QUANDO SOLTANTO LA NATURA ESSENZIALE DELL’OGGETTO RISPLENDE, COME SE QUESTO NON AVESSE FORMA ALLORA EMERGE L’INTEGRAZIONE” ¹. Questa esperienza è conseguente alla decostruzione dell’intera struttura psico-mentale: lo spirito (Purusa) è disgiunto dalla materia (Prakrti). Colui che raggiunge lo stato di Samadhi presenta l’unione dell’Anima individuale con l’Anima universale.

DHARMA MEGHA SAMADHI

È lo stato di estati più elevato: il mondo visto come una pioggia di fenomeni. Così ogni cosa si muove lentamente: è come vedere un film, però fotogramma per fotogramma. Si osservano gli eventi in successione sorgere e sparire. Puoi vedere che dietro l’intero flusso del mondo creato si trova soltanto la Pura Consapevolezza, il Testimone. In questa nuova fase della meditazione invece di restringere la corrente dell’attenzione, impariamo ad allargarla metodicamente, a osservare l’incessante fluttuare dei pensieri,sentimenti, immagini e sensazioni. Questa visione avviene in un attimo, ma una volta vista si cambia. Si sa che ogni cosa creata è temporanea. Si sorge e si svanisce in ogni momento, ma sempre con la stessa essenza.

 

 

BIBLIOGRAFIA

  • Enciclopedia delle religioni – Garzanti Editore – Gerhard J. Bellinger 1989
  • LA SAGGEZZA DELLO YOGA – Feltrinelli Editore – Stephen Cope 2009
  • Insegnamenti di Giada Ribani ( yogin dell’ associazione Yoga e Benessere )
  • La Comunicazione Filosofica 1. Il pensiero antico e medievale – Paravia Editore –                                 Domenico Massaro 2002

 

 

LA VERITÁ CENTRALE DELLO YOGA

Praticare la saggezza dello yoga trasforma la coscienza per mezzo di un ingegnoso processo in due fasi. In primo luogo l’Ideale dell’Io viene mitigato e in qualche misura soddisfatto durante gli stati di profonda concentrazione. In secondo luogo l’Io ideale viene decostruito attraverso le pratiche dell’introspezione. Questo processo sembra tramutare al caccia all’Uccello di Fuoco in un tipo differente di desiderio: il desiderio di essere se stessi, un desiderio di vita piena a dispetto della morte. Sembra trasformare una vita ordinaria di quieta disperazione in una vita di semplice presenza. Osservare ogni istante come fosse la prima volta, senza aver compiuto nulla e senza aver lasciato nulla di incompiuto. Amare le cose per quello che sono, non per come dovrebbero essere. Il Paradiso Perduto di cui siamo alla ricerca diviene il Paradiso Riconquistato: ci sentiamo sostenuti, e sperimentiamo autenticamente appagamento, armonia e completezza.

Si ritiene comunemente che la pratica contemplativa rappresenti un impegno unitario, ma in realtà richiede un’elevata socializzazione. La ricerca della verità è un processo che necessita di collaborazione, scambio, confronto e sostegno con gli altri uomini. Perché come conoscendo te stesso arrivi a conoscere gli altri, solo conoscendo gli altri arrivi a comprendere te stesso.

Più sappiamo della nostra vita interiore, più profondamente sentiamo la vita interiore degli altri esseri e del mondo. I mondi esterni e interni sono indissolubilmente legati. Quando guardiamo in profondità nel nostro sé, guardiamo in profondità nel mondo.

 

 

              

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