A Francesca

Liceo Classico T. Parentucelli

Sarzana (SP)

Anno 2011/2012

          

        LA SAGGEZZA DELLO YOGA

 

 

 

 

Francesca Neri

Classe V D

 

 

In Oriente si formò molto prima che in Occidente una riflessione sull’uomo e sul mondo, elaborata e affascinante, che nel corso dei secoli si è differenziata in molteplici percorsi. La radice di queste correnti di pensiero è l’Induismo che si sviluppò in India intorno al XIII secolo a.C. Diversamente dalla filosofia greca degli inizi che ha come principale oggetto di ricerca la conoscenza della natura e delle sue forze, la speculazione orientale si concentra soprattutto sui problemi esistenziali e religiosi. La filosofia viene concepita come “via della salvezza”.

RIFERIMENTI ALLA MATRICE INDUISTA DELLO YOGA

Induismo è il nome che gli arabi diedero all’insieme di credenze e comportamenti religiosi delle popolazioni della regione dell’Indo. Non ha storicamente un fondatore, né un’autorità centrale, e nemmeno una teologia e una filosofia dogmaticamente definite.

Nell’Induismo l’intuizione fondamentale è che la realtà è Una; il mondo, l’uomo, gli dèi, le cose che sono state, sono e saranno. Tutto questo è l’unica e medesima Realtà: “Tutto è Brahman”. Il Brahman, il conoscibile e insieme l’inconoscibile, l’onnisciente ed eterno, realtà suprema che include il tutto, fondamento dell’universo, fonte di ogni esistenza. «In verità tutto questo mondo è Brahman, ma Brahman trascende ogni possibile concetto umano». A esso si contrappone, in una formulazione solo apparentemente dualistica, l’Atman, il «Sé» universale, la realtà profonda dell’essere e quindi dell’uomo. Anch’esso è «uno», realtà fondamentale che tutto comprende, coscienza e consapevolezza, soggettivazione dell’universo.
Solo se si considera un fenomeno a sé stante, si può parlare di inizio e di fine, di nascita e di morte; ma il fenomeno stesso è sempre stato in seno al Brahman, e sarà in lui eternamente custodito.  L’Atman governa la realtà corporea e psichica (Prakrti) e lo spirito, Coscienza individuale, (Purusha) del tutto indipendente dalla materia. Il concetto dell’anima, anima individuale, è diverso da quello occidentale. L’anima non é immortale ma eterna, non è generata ma preesistente. Allora l’uomo non muore con la sua morte fisica? Non solo l’uomo non muore, ma in realtà egli non è mai nato.

L’Anima è come l’acqua del mare che può essere contenuta in un vaso di coccio immerso in esso. Alla rottura del vaso l’acqua contenuta ritorna al mare.

La vita è considerata come una circolarità senza progresso (Samasra “corrente”). L’anima incarnatasi in un corpo è destinata a seguire un ciclo continuo di rinascite, tentando di rincarnarsi ogni volta in una forma di vita superiore alla precedente, sino al ricongiungimento finale con l’Assoluto. Soltanto all’uomo è data la facoltà di ottenere la liberazione dal Samsara.  Alla morte dell’individuo permane un corpo sottile che non muore (Anima) che sosta prima di essere pronto ad iniziare una nuova vita, reincarnandosi in un altro corpo inferiore o superiore. Secondo la legge del Karma, legge della causa e dell’effetto che regola il ciclo della rinascita, la forma della reincarnazione dipenderà dalle qualità etiche delle azioni compiute in passato. Questo spiega l’ordinamento in caste della società indiana.

Tutta la filosofia-religione induista è basata sul tentativo di migliorare la vita e pur prendendo avvio da una visione pessimistica (la vita come sofferenza) giunge a una visione ottimistica dell’autosalvezza. Ogni individuo vive il suo ciclo nella sua fatalità e nessun intervento esterno può mutare il suo divenire.  Si può così meglio comprendere la passività apparente dell’indù e il non intervento dell’uno nella vita dell’altro. L’uomo, il singolo è il solo artefice del proprio destino nè gli dei nè gli uomini possono intervenire a suo favore, è lui stesso che con la sua devozione può risvegliare in sé le forze risanatrici del suo karma.  Ne consegue che l’etica nell’Induismo è ben diversa da quella occidentale. L’individuo deve comportarsi secondo le regole  per la sua salvezza che in fondo non è che il ritorno al mare dell’acqua del vaso.                              Ed è questo il motivo della ridotta importanza della metafisica, del non interesse per le scienze fisiche e per la storia come maestra di vita.

La liberazione dalle catene richiede un’accettazione radicale della transitorietà. Non una conoscenza teorica o metafisica, bensì una conoscenza diretta della profonda natura dell’inconsistenza di tutte le cose. La mente si trasforma solo mediante l’indagine personale, non mediante concetti applicati alla realtà.

Per vincere il dolore bisogna liberarsi dalla ruota dell’esistenza. È un processo che porta l’Atman a distaccarsi dal corpo trascendendo la semplice esistenza umana  per identificarsi con Brahaman. Il mondo empirico (Maya)  nella sua molteplicità è il velo che cela la verità, è la dimensione illusoria della percezione sensibile.  Anche la storia dell’umanità è solo apparenza, un cerchio infinito in cui tutto si ripete eternamente. lo stato del Brahman è  l’isolamento definitivo dell’anima da ogni contatto o suggestione dai vincoli della materia. Questo stato si consegue non con l’azione ma con la cessazione dell’azione.  La purificazione e la beatitudine completa raggiunta con questa fusione si può avere solo con la morte dell’individuo, ma in questa vita essa si può sperimentare tramite la meditazione e la pratica ascetica : lo Yoga.

LO YOGA

Lo Yoga classico affonda le proprie radici nel crogiuolo sociale e spirituale dell’India dei secoli VI-V a.C.                Un gruppo di mistici indiani delusi dai risultati delle pratiche rituali della religione antica iniziarono a sperimentare nuove strade spirituali. Questi Sramana (“colui che ricerca assiduamente la verità”) affermarono che la realizzazione del vero Sé poteva essere conseguita non attraverso rituali religiosi esteriori, ma tramite una diretta e costante indagine interiore del corpo e della mente. Questa tradizione divenne nota con il nome di Yoga – parola che in Sanscritto significa “aggiogare”, “unire”. Gli Sramana scoprirono che gli esseri umani sono intrappolati in una sottile rete di illusioni che diventano “catene” che inibiscono una chiara visione della realtà, e ci portano ad agire con modalità controproducenti. Nelle loro ricerche  hanno individuato il processo straordinariamente complesso per uscire dall’ingranaggio.  Mentre la cultura occidentale molto presto fu ossessionata dalla conoscenza e dalla filosofia come forme di trascendenza e controllo, gli Sramana stabilirono che la conoscenza di per sé era di scarso valore. Iniziarono invece ad interessarsi della saggezza. La saggezza è una comprensione che acquistiamo come risultato dell’osservazione e della percezione diretta del mondo: è una conoscenza pratica di come funziona la vita. In ultima analisi scoprirono che non conta ciò che sai, ma il modo in cui vivi.

Nella tradizione yogica ciò che importa è la ricerca, perché è la ricerca stessa che trasforma il nostro modo di vedere le cose. “NON CERCARE DI SEGUIRE LE ORME DEGLI ANTICHI; MA QUELLO CHE ESSI CERCARONO”  disse il poeta zen Matshuo Basho (1644-1694).  Per questo lo Yoga insiste nel darci non tanto risposte, quanto una via per trovare le nostre personali risposte. Come?

Colui che pratica lo Yoga (yogin) “mette il giogo” al proprio respiro, ai propri sensi e pensieri, per guidarli in direzione dell’unione mistica con l’Assoluto. Egli non rinuncia all’esercizio delle funzioni vitali, ma, al contrario,  elevando la sua vita fisiologica ad un livello di altissima coscienza, egli mobilita l’energia interna che gli fa raggiungere un grado superiore di sensibilità, e gli permette di governare i flussi del pensiero.

                                                                                                                Durante il II secolo d.C un grande saggio yoga chiamato Patanjali mise per iscritto i principi fondamentali di questa tradizione di saggezza. L’opera “Yoga Sutra” composta in 196 aforismi (sutra) ha rappresentato per quasi duemila anni l’esposizione definitiva della filosofia e della pratica dello Yoga. Patanjali afferma che ciò di cui gli esseri umani maturi hanno bisogno non è un’altra religione, bensì una pratica attendibile: un programma di formazione che può aiutare gli studenti fortemente motivati a realizzare le piene potenzialità dell’essere umano.

Per cui lo Yoga non è né una religione né un rituale; è una pratica, un addestramento, una mentalità.

Come sarebbe la nostra vita se potessimo esprimere tutte le potenzialità della mente e del corpo? Per almeno tremila anni gli yogi hanno condotto ricerche che hanno portato a importanti scoperte su percezione, attenzione, cognizione, motivazione, integrazione sensoriale, memoria, intuizione e volizione.  Già i primi yogi scoprirono che pochissimi sono gli uomini che sfruttano tutte le loro potenzialità. Ma la grande domanda esistenziale che si posero è: “Possono gli esseri umani imparare a essere felici e stare bene anche nei momenti difficili della vita?” Sì. Le radici della sofferenza quotidiana possono essere completamente estirpate affrancandosi da tutte le fonti di condizionamento che ci legano ai modi di pensare e di vivere limitati. Si giunge quindi ad una specie di libertà considerata normalmente impossibile: vivere un’esistenza pura in piena consapevolezza. È esperienza concreta che in molti casi la pratica dello yoga conduce ad un’esistenza con meno sofferenza, e in alcuni casi porta a profondi cambiamenti nel carattere.

A questo punto ci si domanda: Ha senso interferire con una tradizione originariamente prescritta per asceti e monaci erranti? Io penso di sì. Il suo nucleo è costituito da principi molto semplici che potenzialmente chiunque può comprendere ed utilizzare. E che lo sguardo retrospettivo verso le scoperte degli antichi sia anche uno sguardo rivolto all’interno di noi, che permetta l’espressione delle nostre autentiche possibilità di vita.

IL PERCORSO DELLO YOGA SI SUDDIVIDE IN:

Hatha Yoga (le prime 5 fasi di tipo ascetico) è il sofisticato sviluppo di pratiche fisiche sperimentate dagli yogi nel corso dei secoli che conducono al controllo totale del corpo e delle energie.                                                                             Raja Yoga (le ultime 3 fasi di tipo propriamente mistico).

Queste fasi costituiscono il Sentiero delle Otto Membra.

In Occidente viene comunemente identificato l’intero percorso dello Yoga con l’Hatha Yoga, perchè nella società occidentale il rapporto con lo Yoga non è mai stato strettamente relazionato alla religione (in particolare quindi all’unione dell’anima con il Signore), ma è sempre stato inteso come una disciplina che mira al semplice riequilibrio psicofisico dell’uomo e al raggiungimento di un generico stato di “benessere”.

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Informazioni su giadaribaniyoga

Insegnante di Yoga
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Una risposta a A Francesca

  1. giadaribaniyoga ha detto:

    Grazie infinite Francesca per la ” tua saggezza”.Ti auguro un viaggio ricco di esperienze,incontri e di infinito amore……quello che tu hai donato a tutti noi.Buona fortuna!

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